Iscrizione

Il bando che ancora oggi fa bella mostra di sé sulla facciata dell'insigne monumento cittadino, attirando la curiosità dei visitatori, ricorda il diritto che il duca Fabrizio Cantelmo, signore di Popoli dal 1594 al 1605, esercitò imponendo la tassa di pedaggio. La lapide con iscrizione, spezzata e negletta, rinvenuta nell’attiguo palazzo Forniti, fu ricomposta e collocata agli inizi del XX secolo nella sede attuale, mentre un tempo si trovava a destra della facciata, nella zona sovrastante la piccola porta, con arco a sesto acuto ribassato, di probabile derivazione senese, chiamata un tempo "la porta del morto". Il bando testimonia il pagamento della tassa di pedaggio che si imponeva per il transito delle merci, degli animali e delle meretrici, le quali pagavano ognuna dieci grani, l'equivalente di un carlino, quasi mezza lira, per la loro sosta nella vecchia casa-albergo popolese.

L’iscrizione, nella prima parte in latino, recita così:

Don Fabrizio Cantelmo, quarto duca di Popoli, titolare del dominio utile delle terre di Pettorano e di Rocca Valle Oscura

(oggi Roccapia, nota del traduttore) e titolare della giurisdizione criminale di Pentima (oggi Corfinio) e Vittorito, signore dei diritti di questo passaggio, affinché si obbedisca ai decreti della regia Camera e non si esiga alcunché oltre il giusto e il solito, fece incidere questa lapide per ordine del principe, di modo che ciascuno sia informato di quanto si debba pagare per le merci e altri beni.

Notizie e valore delle monete del tempo.

Carlino: moneta in conio oro e conio argento voluta da Carlo I D'Angiò nella zecca di Napoli nel 1278. Presentando sul retro la scena dell'Annunciazione, era anche detta “saluto”. Pesava gr. 4.40 e il suo conio fu mantenuto sino al 1309 (Carlo II, 1285-1309). Il conio in argento sopravvisse fino alla proclamazione del Regno d'Italia. La moneta, come da immagine, presenta il giglio di Francia che i Cantelmo, per ringraziare la Casa D'Angiò, apposero su tre degli otto stemmi in facciata.

Tornese: il suo conio, in argento, risale a Carlo Magno, mentre quello in rame, voluto dalla casa aragonese, fu introdotto sul mercato napoletano alla metà del XVI secolo. Fu battuto fino alla proclamazione dell' Unità d'Italia. Valeva sei cavalli o 1/20 di carlino; esistevano pezzi da 2,3,5,6,8 e 10 tornesi.

Grano (plurale grana): moneta del Regno delle Due Sicilie coniata da Ferdinando I D'Aragona in argento e rame. Decima parte del carlino e seicentesima parte dell'oncia (60 carlini). Il grano si divideva in 12 parti che in Sicilia erano detti “denari” mentre a Napoli “cavalli”.